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Dirigente scolastico di Pietro Boccia

Alla scuola italiana, che è stata, negli ultimi anni, violentata, tradita e snaturata dalle forze economiche e politiche dominanti, deve essere restituita la funzione sociale. Non si può, attraverso la scuola, tutelare l’interesse pubblico, conseguendolo con riferimento alle prestazioni.In tal modo tale interesse si smonta e si sostituisce con la commercializzazione di un servizio. Con riferimento alla scuola, il diritto amministrativo prefigura che l’interesse pubblico deve manifestarsi tramite il diritto vissuto non come fine ma come strumento. Questo è un principio che nella seconda Repubblica si sta smontando meticolosamente.Trasformare, poi, la scuola in azienda ha l’indiscutibile significato di forgiare le strutture che hanno come fine predominante l’attuazione, in contrapposizione alla “produzione” di un sapere critico, del profitto economico.

Ciò avverrebbe, inoltre, in un sistema di spietata concorrenza ed emarginando, in tal modo, socialmente, economicamente e culturalmente i soggetti più deboli e svantaggiati. Il D.L. n. 59 del 6 marzo 1998, vale a dire “disciplina della qualifica dirigenziale dei capi d’istituto delle istituzioni scolastiche autonome”, ma anche la L. n. 323 del 1998 (crediti e debiti scolastici e formativi in gergo aziendalistico) sono stati l’apripista dell’aziendalizzazione della scuola.

 E’ con i ministri Lombardi e Berlinguer che la scuola, snaturandosi, viene immaginata come un’azienda. Spingere la pubblica istruzione, da un diritto di ognuno ad acquisire gli strumenti per saper “leggere il mondo”, a muoversi in maniera adeguata in una società complessa e controllata dalle leggi violente del profitto e del mercato, a diventare una merce da piazzare e vendere sul mercato, ha certamente, da un lato, il significato di appiattimento della scuola, che è, invece, un bene comune e sociale, e, dall'altro, quello di produrre, nello stesso tempo, violenza sulla didattica attraverso i distruttivi meccanismi aziendali, incardinati sulla competizione, sulle gerarchie, sul conflitto permanente e sulla stortura che produce il denaro.

 Il dirigente scolastico diventa, secondo la legge della “Buona Scuola” (Legge n. 107/2015), un leader educativo, dedicando maggiore attenzione all’ organizzazione della vita scolastica. Egli perde, in tal modo, rispetto al D.Lgs. n. 165/2001, alla Legge n. 15/2009 e al D.Lgs. n. 150/2009, potere. In verità un singolo Dirigente scolastico, in base al profilo richiesto (teoria delle organizzazioni complesse, servizio alla persona, autonomia, curricolo, metodologia, didattica e valutazione, pedagogia generale e interculturale, psicologia e sociologia, comunicazione istituzionale e interpersonale, sistemi formativi e ordinamenti degli studi italiani ed europei, elementi di diritto – costituzionale, comunitario, penale, civile, lavoro, sicurezza, contabilità di Stato, tutela dei dati personali –, gestione amministrativo-contabile delle scuole, elementi d’informatica), non può umanamente possedere una preparazione adeguata per la governance di un’istituzione complessa, come la scuola;ogni settore della pubblica amministrazione, comprese le istituzioni scolastiche, si è, nella società globale, trasformata a livello organizzativo e strategico. Essa oggi deve, pertanto, dare risposte di efficacia, di efficienza e di economicità.

La scuola autonoma dovrebbe, inoltre, com'è previsto soprattutto nel DPR n. 275/1999 e nella legge della “Buona Scuola” n. 107/2015, organizzarsi sul territorio in maniera reticolare. In Italia, obiettivamente, il potere dovrebbe essere distribuito democraticamente, giacché è importante e delicata, come ho scritto nel Manuale del Dirigente scolastico, la questione dei limiti della responsabilità, per quanto concerne le competenze professionali (giuridiche, economiche, di contabilità, amministrative, comunicative, educative e così via) per l’intera governance delle istituzioni scolastiche autonome. La responsabilità in tali strutture deve appartenere a tutti i soggetti che in esse operano. Nel nostro paese, la responsabilità deve essere posta sotto controllo; non può sussistere, in Italia, una cultura della responsabilità individuale, come nelle società a influenza calvinista e protestante. Per tale motivo lo Stato non può reclamarla a livello individuale. Bisogna, dunque, incoraggiare che le soggettività si organizzino e che le reali funzioni di responsabilità si esplichino collettivamente. Immanuel Kant, quando nella Critica della ragion pratica parlava di azioni morali e azioni amorali, si riferiva propria alla differenza tra la responsabilità dell'etica individuale (etica della responsabilità in Max Weber) e quella di chi opera con azioni amorali; questi deve essere sottoposto a controllo sociale.

 Per questo, per me, l'autonomia sarebbe facilitata e i processi di cambiamento potrebbero essere gestiti in maniera adeguata se il Dirigente scolastico (meglio preside o con termine ancora aziendalistico leader educativo) venisse eletto dal collegio dei docenti per un triennio e trascorso tale termine sottoposto a valutazione per riproporlo o sostituirlo.

Logicamente nelle istituzioni scolastiche autonome bisogna anche gestire le competenze contabili, finanziarie e amministrative. A tale scopo dovrebbe essere valorizzato il Direttore dei servizi generali e amministrativi (rigorosamente laurea in economia e commercio, economia aziendale, giurisprudenza ed equipollenti). Solo in tal modo si potrebbero, da un lato, invertire le proposte dell’accorpamento delle istituzioni scolastiche, finalizzate, nel compromettere ogni forma di didattica e nel sottrarre sedi di scuole alle piccole comunità, al risparmio economico, e, dall’altro, riconoscere lo status delle scuole a rischio e di quelle di eccellenza.

 

  Pietro Boccia