Il concetto di resilienza è strettamente legato al raggiungimento di esiti positivi nonostante le circostanze difficili o minacciose (Brooks, 2006; Masten, 2001; Masten et al 1991) e al fronteggiamento con successo delle esperienze traumatiche evitando i percorsi negativi legati ai rischi (Garmezy, Masten e Tellegen, 1984; Luthar, Cicchetti, Becker, 2000; Werner, 1992).

È ormai chiaro che le persone resilienti riescono a raggiungere il successo previsto pur vivendo situazioni di rischio superiori rispetto alla media (Brooks, 2006).

Ancora oggi non c’è un accordo condiviso tra i ricercatori sulla natura della resilienza, ma molti concordano che sia un processo dinamico tra fattori che mediano tra un individuo, il suo ambiente e i risultati raggiunti.

ebreiUn recentissimo studio condotto da Rachel Yehuda et al. (2015) ha indagato il DNA di 32 ebrei, uomini e donne, persone che nei campi di concentramento hanno subito torture o le hanno viste infliggere o si sono salvati nascondendosi. La ricerca si è concentrata su un gene che si trova in una regione importante per la regolazione degli ormoni dello stress e dunque per la capacità di reagire a eventi estremi. Sono stati analizzati anche i DNA dei loro figli e questi contenevano delle peculiarità assenti nei discenti di altri ebrei, che durante la seconda guerra mondiale si trovavano lontani dall’Europa. Nei sopravvissuti all’Olocausto e nei loro figli il livello di metilazione appare diverso che nei gruppi di controllo. Un segno del trauma ma anche una risorsa per il fronteggiamento delle situazioni difficili. Uno strumento di resilienza che lo stress produce cambiamenti epigenetici sia nei genitori che nei figli. Quindi la risposta allo stress ha un corredo genetico che si traduce in risposte resilienti alle situazioni problematiche.

ab_socOgnuno nasce con una capacità innata di resilienza e in generale, i bambini resilienti sviluppano strategie di fronteggiamento (coping) che usano per relazionarsi con il mondo. Tra queste ritroviamo la “competenza sociale” che include qualità come l'empatia, la cura, la flessibilità, la capacità di comunicazione e il senso dell'umorismo; il “problem solving” include la capacità di pensare in modo astratto e di fornire ai bambini la possibilità di generare soluzioni alternative per i problemi cognitivi e sociali; la “coscienza critica” implica una perspicace consapevolezza delle situazioni di pericolo e un’immediata ricerca di strategie per il loro superamento; “l'autonomia” è presente in individui che hanno un senso della propria identità, una capacità di agire in modo indipendente e una capacità di esercitare un certo controllo sull'ambiente e infine il “senso di scopo” coinvolge obiettivi formativi, aspirazioni e la credenza in un futuro migliore (Bernard, 1993, 1995).

dsaLa resilienza è spesso associata al fronteggiamento di periodi di transizione, di disastro o di avversità, ma alcuni studi longitudinali hanno esaminato le reazioni degli individui con difficoltà di apprendimento e deficit di attenzione (ADHD) al fine di determinare i fattori che contribuiscono alla loro resilienza (Gerber, Ginsberg e Reiff, 1992; Spekman, Goldberg, e Herman, 1992; Werner e Smith, 2001). Gli studi hanno messo in luce che la resilienza in bambini con queste difficoltà si evidenzia attraverso comportamenti specifici come avere il controllo della propria vita, cercare e accettare l’aiuto, fissare obiettivi, possedere una forte volontà di riuscita e avere elevati livelli di persistenza. Miller (2002) ha evidenziato che una delle differenze più evidenti tra ragazzi resilienti e i non resilienti è che i primi hanno la capacità di riconoscere le esperienze di successo, sono in grado di identificare i loro punti di forza e mostrano una forte auto-determinazione verso il successo. Un follow-up di giovani adulti con diagnosi di ADHD ha rilevato che l'esistenza di persona influente (insegnante o genitore) che ha creduto in loro ha permesso di raggiungere livelli significativamente migliori (Hechtman, 1991).

comunitaBisogna rilevare che la resilienza, in ultima analisi, è inibita da fattori di rischio e promossa da fattori di protezione (Alvord e Grados, 2005; Benzies e Mychasiuk, 2009; Fergus e Zimmerman, 2005; Masten et al 1991; Rak e Patterson, 1996). I fattori di rischio sono le circostanze che aumentano la probabilità di ottenere scarsi risultati invece i fattori protettivi fronteggiano le risposte agli eventi avversi in modo che il risultato potenzialmente negativo possa essere evitato. I fattori di protezione e i fattori di rischio variano al variare del contesto portando a esiti diversi. Secondo Benzies e Mychasiuk (2009), la resilienza è ottimizzata quando i fattori protettivi sono rafforzati da tutti i livelli interattivi del modello socio–ecologico cioè dalla dimensione individuale, familiare e di comunità.

In conclusione se è vero che i nostri genitori ci hanno trasmesso una disposizione genetica di reazione allo stress è anche vero che la rete di supporto sociale ci protegge rendendoci più resilienti alle avversità!

Grazie della vostra preziosa attenzione!

Maria A. Geraci  - Docente e Psicoterapeuta Infantile

BIBLIOGRAFIA
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